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RE-STARE ovvero MARTEDI’ 15 MARZO

Da Rovereto a Trento.

Tra le molteplici differenze e sfumature di significato che il verbo restare ha nella nostra lingua, credo che in questo cammino abbia per me un unico valore fondante, che sintetizza la mia motivazione personale a mettere un piede davanti all’altro per andare avanti, verso la meta. RESTARE  dal latino re-stare, composto dalla particella RE (indietro) e STARE (rimanere indugiare): trattenersi, fermarsi, in opposizione ad andarsene; dunque rimanere, seguitare a essere in un luogo dal quale altri vanno o sono andati.

Ciò che io spero di trovare in questo viaggio è proprio la forza e il coraggio per restare!

Sono ormai passati quasi dieci anni da quando è nato in me l’impulso, più che il desiderio, di avvicinarmi con lentezza e con fatica al limite di quel baratro che svuota l’anima, annichilisce il pensiero e travolge le emozioni.

15 marzoÈ un baratro che mi attrae da lungo tempo, fin da bambino ho cercato di comprendere ciò che era stato: ho un ricordo di infanzia, avevo otto o nove anni, una sera da solo in casa, i miei genitori invitati altrove, l’occasione rubata di guardare la TV oltre l’orario consentito: un programma di divulgazione: parole e documenti filmati. Poi, un flash improvviso e un senso di sgomento, disgusto, incredulità e al tempo stesso una curiosità quasi morbosa, rimanevo incollato al televisore, per sapere e cercare di capire: stavo vedendo il mio primo Auschwitz.

A distanza di più di quarant’anni sono convinto che quella sera è nato in me l’interesse, la passione, il bisogno di ricercare e studiare la Storia del ’900. Ho speso in qualche modo la mia vita a guardare immagini, a leggere resoconti, documenti, racconti di esperienze, riflessioni, ad ascoltare dalla loro viva voce le testimonianze di chi è sopravvissuto.

Poi dieci anni fa, dopo un tempo lunghissimo concesso alla conoscenza e all’informazione, decisi i fare quello che credevo essere il grande passo per chiudere un cerchio aperto più di trent’anni addietro: decisi di visitare quei luoghi di cui avevo avuto indiretta conoscenza dalle testimonianze che in prima persona mi avevano riferito i reduci che avevo avuto il privilegio di incontrare.

Andare finalmente a vedere i campi di concentramento, di cui credevo di sapere quasi tutto, era allora, nella mia ingenuità, il coronamento di un percorso di formazione personale che immaginavo completo. Il mio viaggio prevedeva allora la visita, o meglio la frequentazione, di quattro campi: Ravensbruck, Buchenwald, Dachau e Mauthausen. Parlo di frequentazione, più che di visita, perché il mio obiettivo era di “re-stare” dentro ciascun campo, secondo un rituale preparato in precedenza, per tre intere giornate: nella prima andavo ricercando i luoghi di cui avevo avuto notizia grazie alle testimonianze narrate dai sopravvissuti; nella seconda cercavo di rimanere in quei luoghi, respirandone energie e sofferenze; nella terza sperimentavo un mio rito di saluto, un commiato che ricercava i modi e le forme della parola “addio”.

Andai ai campi per restarvici dentro tre giorni, pieno di conoscenze e di certezze: ero eroicamente orgoglioso del mio progetto, in realtà ero gonfio di quel sentimento che i greci antichi chiamavano ubris, termine con cui definivano la superbia dell’Uomo verso gli Dei; una superbia, nel mio caso, data dall’essere convinto di riconoscere, grazie alla conoscenza, ciò che è eticamente giusto e ciò che è sbagliato, di avere ben chiaro il confine tra ciò che è bene e ciò che è male, di sapere con certezza da che parte schierarmi nel gioco dei ruoli tra chi è vittima e chi carnefice.

Invece più mi costringevo a restare dentro i campi, più mi rendevo conto che quella divisione netta tra giusto e ingiusto, tra bene e male, tra vittima e carnefice, tra umano e disumano, per me si andava offuscando, perdeva di definizione fino a sfocarsi, fino a diventare un alone grigio informe e impalpabile. Sentivo di stare toccando con mano quella famosa “zona grigia” che con estrema lucidità ci ha descritto Primo Levi. Pur nella confusione in cui mi trovavo, sentivo forte la sensazione che nel mondo concentrazionario l’etica civile e sociale contemporanea non valeva e non poteva essere presa come metro di paragone: mi sentivo sporco e cattivo, avevo perso tutta quella purezza che spavaldamente mi aveva spinto ad andare nei campi.

Sono uscito da quel viaggio umiliato e provato, annientato psicologicamente; perché quando uno dei pochi pilastri su cui basi la tua esistenza si sgretola, senti che ti sta mancando il terreno sotto i piedi; ma al tempo stesso sono uscito da quel viaggio con la sensazione che per me poteva essere necessario per avvicinarmi ai campi un tempo lungo, che mi consentisse una preparazione mentale ed emotiva più profonda. Da lì l’idea embrionale di un lungo cammino a piedi, con un tempo dedicato in grado di darmi gli strumenti per poter re–stare, per stare dentro i campi, spogliato dei pregiudizi morali, nudo difronte all’abisso della sofferenza, ma sostenuto da una forza e una consapevolezza più mature.

Dieci anni dopo, quella sensazione e la conseguente idea embrionale si sono trasformate in realtà: spero che questo cammino verso Auschwitz, saprà aiutarmi a restare dentro quel luogo simbolo, non per capirne il senso, ma per trovare un equilibrio tra le responsabilità collettive di un intero continente e le responsabilità individuali, per condividere il peso di quella Storia di cui ognuno di noi è figlio e di cui, se in noi alberga un po’ di fiducia in un’umanità futura, dovremmo farci carico per superare la Storia senza rimuoverla.

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