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DOLORE ovvero LUNEDI’ 14 MARZO

Da Belluno Veronese a Rovereto.

Il 14 marzo è l’anniversario del mio matrimonio e proprio per questo ho derogato al principio della casualità, destinando ad oggi la parola che mi ha affidato con fatica mia moglie.

Dolore deriva dal dolor latino che indicava l’effetto del soffrire del corpo: il dolore è dunque una sensazione di sofferenza dovuta ad un male fisico; l’estensione dell’idea di dolore dalla dimensione fisica a quella mentale è immediata, quindi il dolore può essere anche un sentimento di infelicità che non dipende da traumi fisici ma da passioni o sofferenze psicologiche.

Questo viaggio che vuole raggiungere i luoghi del male assoluto, in cui il dolore è stato totale e si è esplicitato in tutte le sue possibili forme e variabili, è un cammino in cui sofferenza fisica e spirituale convivono e si compenetrano.

Mi torna in mente un passo di Carlo Cassola in cui afferma che la gente che non ha provato dolore è cattiva, perché quando si sente il dolore non si può più volere del male a nessuno. Mi piace molto questo concetto, sento di condividerlo appieno, ma al tempo stesso sento di dover esplorare il bene ed il male non solo come due forze opposte e inconciliabili, ma come due elementi complementari e necessari: può esistere il piacere senza il dolore? Mi viene da dire di no! È dal dolore, credo, che nasce il bisogno e il desiderio di essere felici: se io vivessi in un continuo stato di benessere, non avrei neanche la consapevolezza della mia condizione; in pratica, se non ci fosse il dolore, mi mancherebbero gli elementi per comprendere e considerare la felicità. Proviamo ad immaginare il dolore come una bestia mostruosa, animata da una forza malefica irrazionale, che ti assale: il dolore ti costringe a sentirlo, a relazionartici, riesce a farti desiderare di non averlo, di liberartene per sempre e, quando finalmente scompare, tocchi con mano cos’è la felicità.

14 marzoNoi siamo una società che sa vivere bene: la tecnologia ci aiuta a raggiungere livelli molto alti di confort, le grandi malattie mortali dei secoli scorsi sono state debellate, non si muore più di peste, né di vaiolo, gli antibiotici e i nuovi farmaci ci garantiscono strumenti fino a qualche decennio fa impensabili e la nostra vita media si è allungata sensibilmente.

Apparentemente sembra che tutto vada per il meglio!

Eppure, a ben guardare, mi pare che in noi ci sia qualcosa che non va: ci ammaliamo per la vita troppo sedentaria che facciamo e siamo costretti ad andare in palestra per consumare la quantità eccessiva di cibo che ingurgitiamo; ricerchiamo un piacere che non sappiamo trovare, che molto spesso genera in noi un’ansia di possesso, che si traduce in consumo spasmodico e diventa un passatempo frustrante per cercare di colmare i nostri vuoti interiori; ci involviamo in una spirale che ci porta a consumare sostanze che alterano il nostro stato mentale (alcool, droghe, pastiglie, psicofarmaci, ansiolitici), convinti di trovare un piacere che maschera  le nostre sofferenze e le nostre insoddisfazioni; non sopportiamo la vista del dolore e del degrado fisico che le malattie e la vecchiaia comportano, al punto che tendiamo a nasconderle in ospedali, centri residenziali e case di riposo, piccoli e dorati universi concentrazionari edulcorati…

Insomma, c’è di cui preoccuparsi!

Forse è tempo di cominciare a imparare ad apprezzare il dolore, ricercandolo e considerandolo non come espiazione, per raggiungere la purificazione e la salvezza dell’anima, ma come strumento utile a trovare un senso del nostro esistere e uno scopo al nostro agire.

Arriviamo a Rovereto che è tardo pomeriggio, il cammino è stato duro, sorseggiamo una birra fresca al bar della stazione, sul telefono mi appare la lettera di un messaggio: mia madre mi chiede se la parola di oggi è casuale o è per via della Campana di Rovereto, la Maria Dolens; la Campana dei Caduti, fusa con il bronzo dei cannoni degli Stati che hanno partecipato alla prima guerra mondiale, vincitori e vinti. E’ la campana più grande del mondo: tutte le sere cento rintocchi si diffondono nella valle per ricordare i caduti di tutte le guerre e portare un messaggio di pace. Le rispondo che la scelta non è casuale, ma la campana non centra, penso al nome della campana, a questo dolens, che al mio orecchio risuona come il don di uno dei cento rintocchi, penso alla strana coincidenza, penso ai piedi e alle gambe che mi fanno male, penso al mio anniversario di matrimonio, brindo mentalmente con la mia birra.

Meglio accettare quello che verrà,

gli altri inverni che Giove donerà

o se è l’ultimo, questo

che stanca il mare etrusco

e gli scogli di pomice leggera.

Ma sii saggia: e filtra vino,

e recidi la speranza

lontana, perché breve è il nostro

cammino, e ora, mentre si parla,

il tempo è già in fuga,

come se ci odiasse!

così cogli la giornata,

non credere al domani

ORAZIO (Ode 1,11)

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