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A piedi attraverso l’Italia, l’Austria, la Repubblica Ceca e la Polonia per parlare di memoria…

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EDUCAZIONE ovvero GIOVEDI’ 10 MARZO

Il cammino di oggi è un percorso in mezzo alla campagna e ai canali del Mincio, tra Mantova e Villafranca di Verona: un viaggio per strade sterrate attorniati dai mezzi agricoli che lavorano e concimano la terra; i miei pensieri corrono veloci, molto più dei miei passi. Osservo i miei due figli che camminano avanti: Luca sta raccontando qualcosa, Jacopo ascolta concentrato, poi scoppiano a ridere all’unisono; penso a cosa gli resterà di questa esperienza, se entrerà semplicemente nel catalogo delle cose fatte o li segnerà in modo permanente e continuerà a condizionare la loro vita futura. Io li vedo crescere tappa dopo tappa e sento che si sta trasformando il nostro rapporto, mi chiedo se questi mesi così assoluti influenzeranno il loro modo di essere genitori.

10 marzo

Che cos’è l’educazione, se non il trasmettere conoscenze e comportamenti utili ad affrontare la realtà? Gli animali insegnano ai loro cuccioli la sopravvivenza: come curarsi e come preservarsi, come trovare cibo, come difendersi dai pericoli, come muoversi nell’ambiente; gli uomini analogamente ma in modo più complesso preparano i propri cuccioli al futuro: ai nostri figli, per inserirsi in modo eticamente costruttivo nel mondo, servono dunque conoscenze e sentimenti ed è nostro compito trasferire in modo sintetico l’esperienza della nostra vita e della nostra cultura.

Senza voler assolvere nessuno dal peso delle proprie responsabilità individuali e collettive, pensando al nostro viaggio, ai ventisei deportati che stiamo ricordando ogni giorno, al modo in cui a un certo punto in Italia si è arrivati a considerare naturale che delle persone con cui si è vissuto, con cui si è condiviso emozioni ed esperienze, venissero strappate alla loro vita e rinchiuse semplicemente perché ebree, mi chiedo se una causa determinante di ciò che è avvenuto non vada ricercata nelle forme e nei modelli educativi promossi e perpetrati per oltre un ventennio da una cultura dominante che ha esaltato un’idea, negando la genesi di qualsiasi pensiero divergente.

Non intendo assolvere l’individuo condannando il sistema, semmai al contrario mettere in luce un meccanismo pericoloso che in forme ben più nascoste e subdole mi sembra si stia innescando adesso nella nostra società: una tendenza preoccupante che ci porta ad abdicare al nostro ruolo educativo, delegando la trasmissione del sapere e la formazione dei nostri figli ad altre realtà, la televisione in primis, di cui non abbiamo controllo, né feedback. Se aggiungiamo a questo una riforma dell’istruzione che il nostro governo sta portando a compimento con l’alibi del contenimento della spesa pubblica, che mina in modo radicale e strategico quell’idea di scuola come progetto formativo globale in cui si coltiva il pensiero divergente e si ricercano modelli non omologanti, e propone invece una formazione standardizzata in cui prioritaria diventa la trasmissione di un sapere di base comune che non tiene conto delle diverse abilità degli alunni né delle loro differenze culturali e sociali, i rischi di un’omologazione delle forme del pensiero diventano pericolosamente concreti. Credo sia necessario in qualche modo reagire, riappropriandoci di modi e forme di dialogo convincenti e capaci di trasmettere ai più giovani pensieri, esperienze e modelli alternativi.

Giungiamo nel pomeriggio alla fine della tappa; per la notte ci ospita la Comunità Emmaus di Villafranca, una delle comunità storiche italiane nate dal messaggio di pace e solidarietà dell’Abbé Pierre. A proposito di modelli alternativi qui tocchi con mano un’idea diversa del valore della vita, del senso del vivere quotidiano, che si esplica in una ricerca concreta di forme nuove di azione, basate sul recupero e sul riciclaggio di ciò che viene buttato: un’idea capace di contrastare il consumo folle ed autodistruttivo in cui siamo proiettati.

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