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E ovvero VENERDI’ 4 MARZO

E’ un cammino nella pianura nebbiosa reggiana quello di oggi; un tragitto segnato dal sangue dei Partigiani uccisi dalla brigate nere, tra le strade e i sentieri che collegano il Museo Cervi a Reggio Emilia.

Ascoltando le storie della Resistenza che Morena, responsabile dell’area didattica del museo, ci narra lungo il percorso, non riesco a non pensare alla mia adolescenza, ai racconti analoghi fatti allora in prima persona dai protagonisti, che ai miei occhi diventavano eroi di un mito; racconti che epicamente disegnavano nella mia testa di ragazzo, innamorato della rivoluzione, l’epopea della Liberazione.

La parola, o meglio, la vocale di oggi, mi sta inchiodando a una domanda che non ho voglia di pormi: la “e” congiunzione, unisce insieme due parole, due termini, due frasi, due concetti, anche due tempi, il passato e il presente: e oggi i miei pensieri girano intorno alla storia dell’Italia Liberata e alla domanda “e… adesso? di quell’epopea, di quelle vite votate al sacrificio, di quei valori, cosa resta?”. Se mi guardo intorno…, poco! ma se ci rifletto…, tantissimo! la Costituzione italiana, innanzitutto, con i nostri diritti e i nostri doveri scritti nero su bianco. Un pensiero consolatorio? Forse, ma non per questo meno importante. Ci resta un’idea, o forse una sensazione, di etica civile che ci ricorda che c’è un limite oltre al quale non si può andare e se ciò succede c’è chi è disposto a sacrificare la propria vita per vedere affermati i propri ideali calpestati.

Ci avviciniamo a Reggio, ci viene incontro Adelmo, figlio di Aldo Cervi: uomo schietto e diretto, dotato di quel pizzico di sana follia emiliana, che rende i suoi pensieri e le sue azioni unici e assoluti. E’ un incontro folgorante: con lui giungiamo al poligono di tiro di Reggio Emilia, luogo della fucilazione dei fratelli Cervi, con noi gli allievi di un Liceo reggiano. Qui Adelmo ci racconta la storia già nota, ma che non fa male ricordare, dell’esecuzione di suo padre e dei suoi zii, e poi ci spiazza con una considerazione inattesa e profonda: si mette a nudo davanti a tutti noi e ci riversa addosso la sua fatica per aver vissuto una vita come figlio di un uomo considerato eroe.

Ecco che d’improvviso la lettera “e” assume per me un’altra possibile interpretazione: “e” come iniziale della parola eroe!

Turbinano in me le domande: cosa vuol dire essere un eroe? i  fratelli Cervi sono stati degli eroi? chi è l’eroe in questa nostra società?

Troppi interrogativi a cui non so dare risposta; guardo Adelmo, lo ascolto e penso che, nei suoi panni, per me la fatica più grande sarebbe stata quella di non aver avuto modo di elaborare il lutto di mio padre, di non averlo in pratica mai potuto seppellire, di non aver avuto la possibilità di dargli un addio definitivo, nel senso etimologico della parola, ad-deum, (vai) verso dio, io ti lascio andare.

Lo guardo, mi piace la sua umanità, provo empatia per lui, sento nascere in me un profondo affetto, forse perché all’improvviso mi chiama “il compagno Gimmi” sono più di venticinque anni che nessuno mi chiama così.

4 marzo

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