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A piedi attraverso l’Italia, l’Austria, la Repubblica Ceca e la Polonia per parlare di memoria…

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PEZZO ovvero LUNEDI’ 28 FEBBRAIO

Camminiamo sotto una pioggia battente alla volta di Piacenza, nessuno ci accompagna oggi, fa freddo, ci scambiamo poche parole, giusto lo stretto indispensabile, lasciamo spazio ai pensieri, mentre il traffico sfila al nostro fianco.

Le condizioni esterne non sono propizie ad un pensare sereno, eppure non mi sento di pregiudicare le mie riflessioni sottoponendole all’influenza metereologica negativa; così mi sforzo di partire da un sentire positivo e corro indietro nel tempo cercando brandelli di memoria o, più correttamente, pezzi di ricordi. Il primo ricordo sta in una scatola del Meccano da 200 pezzi, sarà stato il 1965; il secondo è il mio primo ed ultimo puzzle da 800 pezzi, un’immagine di Escher, quella con le scale che non sai dire se salgono o scendono; il terzo sono i bicchieri da caffè in vetro infrangibile di casa dei nonni, che quando cadevano non si rompevano quasi mai, ma se succedeva andavano in mille pezzi; quarto, le pezze di stoffa della mia cugina-tata che faceva la sarta; quinto, il tangram, quel gioco di quindici pezzi con cui puoi comporre infinite figure; e poi ancora le frasi: “un pezzo di pane…”; “un pezzo di ragazza…”; “un pezzo di storia…”.

28 febbraioAbbiamo percorso già un bel pezzo di strada quando subiamo l’assalto corsaro dagli amici del Teatro Pirata che ci intercettano sul ritorno da una loro tournée, ci bloccano sulla strada con una bottiglia di lambrusco, ci si abbraccia, si ride, si beve, ci scambiamo parole, pezzi di amicizia che si cuciono insieme.

E poi ci sono quegli altri pezzi, quelli che con passione struggente ricorda Daniela, gli haftling, gli uomini non uomini, i subumani di Auschwitz, di Ravensbruck, di Mauthausen, di Dacau, di Bergen Belsen, di Treblinka, di tutte le centinaia di campi disseminati nell’Europa nazista e fascista: potranno mai i nostri sforzi restituire un po’ di dignità a chi ha visto il proprio nome mutarsi in un numero? Le fabbriche naziste della disumanizzazione sono oggi monumenti dell’orrore che ci costringono al ricordo, dovrebbero vaccinarci contro ogni rischio di ricaduta in un mondo di barbarie e costituire i pilastri di un’etica della relazione fondata sulla fratellanza e sul rispetto reciproco, eppure è difficile stare tranquilli: la nostra è una società dalla memoria corta, che giorno dopo giorno sta perdendo valori e identità.

Sabato scorso abbiamo pranzato apparecchiando un tavolo nel parcheggio di un grande centro commerciale della periferia di Milano, uno di quei templi della non esistenza contemporanea: il non-luogo per eccellenza, dove si perdono le identità e le differenze e si corre il rischio di trovare gli stessi prodotti negli stessi negozi, da Torino a Palermo. Un’omologazione terribile e al tempo stesso rassicurante, che ti porta a non provare disagio quando sei in mezzo a centinaia di persone e passi delle ore senza vederle o quando pranzi seduto a un fast food senza sapere cosa stai mangiando. A guardarci per un momento dall’esterno, con occhio critico, sembriamo dei novelli haftling, piccoli automi disumanizzati: pezzi di un sistema che crediamo erroneamente di governare.

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