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A piedi attraverso l’Italia, l’Austria, la Repubblica Ceca e la Polonia per parlare di memoria…

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CAREZZA ovvero DOMENICA 27 FEBBRAIO

«Cari figlioli, tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa…» quella sera quante mani avranno devotamente compiuto quel gesto, quante guance, quante teste avranno ricevuto quelle mani: era l’ottobre del 1962, migliaia, migliaia di migliaia di carezze.

Ma cos’è una carezza se non il gesto d’amore per eccellenza: quando eravamo bambini era il modo che gli adulti usavano per tranquillizzarci, per darci serenità, perché una carezza è un lenitivo dell’anima e ti fa bene riceverla e darla; sovente, presi dai ritmi frenetici del nostro vivere quotidiano, ci dimentichiamo dell’importanza di questo gesto semplice, umile e intenso, che si dà non attendendo nulla in cambio e si riceve come un dono.

27 febbraio

Stiamo camminando lungo il tratto lombardo della Via Emilia, piove, siamo infagottati nelle mantelle antipioggia, eppure nonostante il clima non favorisca la relazione, abbiamo voglia di dialogo, chiacchieriamo con chi ci accompagna e tutti sembrano incuranti del disagio metereologico.

Esistono parole che sono carezze: parole che, se dette con sincerità, scaldano il cuore, leniscono il dolore, rasserenano lo spirito; esistono atti di responsabilità civile che, se fatti con coerenza, sono carezze: ho un amico che da oltre cinquant’anni studia la Bibbia, l’ebraismo e la Shoah; egli sostiene che tutti noi cittadini di Europa, dopo Auschwitz, abbiamo un debito incolmabile con il mondo ebraico come se fossimo macchiati da un “peccato originale” che grava sulle nostre spalle. Ebbene, le sue azioni, i suoi comportamenti sono atti di responsabilità civile, sono carezze capaci di curare ferite profonde.

Mi piace pensare a questo nostro cammino, oltre che come a un atto di responsabilità civile, anche come a una semplice, umile e intensa carezza.

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